Le dinamiche figure muliebri di Marcello Giannozzi
Eletta a personificare situazioni e sentimenti, la figura femminile che è protagonista assoluta della scultura di Marcello Giannozzi non mira ad elevarsi a simbolo e non ricorre dunque a schematizzarsi in una iconografia ripetibile. Il suo ruolo si reinventa ogni volta che si fa tramite di un nuovo racconto: accenna una gestualità teatrale per farsi "Ninfa danzante" o "Cantante", si raccoglie in pose serrate per suscitare "L'attesa" o "Meditazione", fissa l'espressione del viso chiudendo gli occhi "Al sole" o spingendo indietro i capelli come polena "Al vento".
Dopo la lucentezza del bronzo e l'opacità della terracotta, ora le sue donne vestono spesso le colorazioni intriganti degli smalti ceramici, talvolta accentuati nelle superfici nere e nei riflessi metallici ottenuti con la tecnica raku. Come tanti personaggi di una grande commedia che attinge più volentieri alla quotidianità che alla retorica, tradiscono imperfezioni non ricercano un'ideale bellezza, azzardano pose inconsuete nell'improvviso inarcarsi su un fianco o nel reclinare la testa quasi assecondassero un moto spontaneo, sempre dinamiche dotate di un imprevedibile guizzo espressivo che le assolve dalla staticità anche quando il corpo si erge, nel volume unico della veste lunga, raccolto come una colonna.

Roberta Fiorini
Eco d'Arte Moderna -Premio Italia'98 / Scultura

Interiorità e forma
Attraverso la scultura si rende evidente la nostra necessità di instaurare un dialogo con lo spazio, con la nostra frammentaria cognizione di un Io legato alle contingenze del tempo.
Marcello Giannozzi avverte dunque le emozioni che appartengono al nostro flusso vitale e conduce la propria ricerca fuori dagli schemi di una teorica della rappresentazione, dove le forme ci aiutano a realizzare quel certo corpo utile alla fantasia e alla vita. La sua opera plastica risulta da un fremente confronto tra necessità di esprimere e desiderio di imprimere sinteticamente e con naturalezza nella materia una determinata espressione vitale.
Si sente la mano che modella, il polpastrello, l'adduzione della particola di creta sul corpo dell'opera che va facendosi anche per colpi di luce. sovrappone e sottrae, costruisce un'interiorità alla superficie, conquista un ingombro poetico, sostanziale alle sue figure, qualcosa che prende dallo spazio impasti luminosi ma anche aperture ritmiche.
È chiaro che quello di Giannozzi è un avvicinamento cauto a quanto la memoria, la fantasia o più semplicemente la verifica del reale in termini lirici, gli trasmettono; il che lo conduce verso le regioni di una simbologia privata, fatta di figure che mantengono, in lontananza, un tepore di affetti. Il suo lavoro si situa così in un crinale di ricordi che sembrano affiorare sul piano spiazzato del futuro, un domani che ha una propria identità potenziale e un accrescimento, un divenire di immagini che corrispondono, ormai, a un percorso di civiltà. Il bronzo, la terracotta, il Raku (così vicino espressivamente a delle istanze pittoriche), si alternano nella ricerca di un linguaggio unitario, all'approfondimento di un impianto figurale che segua più da vicino il dipanarsi delle vicende umane.
La tentazione di tornare indietro, a una plasmazione a tutto tondo, pacificante, è grande, ma altrettanto irremovibile è la realtà presente; in questo dilemma, in questi timori di aver sbagliato, di essere inetti a nuove esperienze si consuma la giostra vitale, il desiderio di amare le cose. Con questo sottofondo di energie creative la scultura di Giannozzi si è fatta più decisa, più compiutamente timbrica, più addentro alle cose, mentre la materia cerca rapporti più lirici con lo spazio. Una visione che assume la necessaria incisività e ha lo spazio sufficiente a un respiro e a una vita che progredisce senza sforzi, senza stilismi, con una naturalezza che non ha abbandonato qualcosa di gestuale e insieme è confortata da una presenza autentica, spirituale per quanto di vero e azzardato essa contiene e manifesta.

Nicola Nuti
Eco d'Arte Moderna

 
 Marcello Giannozzi sperimentatore di materiali e tecniche, pur nella diversa resa e nelle diverse operatività richieste a seconda che si lavori pietra, argilla o metalli, è riuscito a tracciare un suo personalissimo percorso che, non senza involuzioni o ripensamenti, ha disegnato comunque efficacemente un mondo intimo, lirico, che recupera i gesti semplici della quotidianità e il calore delle cose familiari. Una simbologia privata che fa delle sue figure archetipi di sentimenti e stati d'animo e questo sia che vestano il luccichio del bronzo o di altri metalli, sia che si rivelino tra i luccicanti colori della ceramica o l'opacità densa di mistero della terra cotta, o ancora designata da riflessi ottenuti con la tecnica Raku, molto vicina, espressivamente , alle istanze pittoriche.Una scultura che ci partecipa di un sereno amore per le cose della vita e per il suo mistero.

Prof. Claudio Giorgetti
dal catalogo “De Sculpture” Centro espositivo
delle Erbe.
Carrara Agosto/Settembre 2002


Ho riscontrato un approfondimento dei valori formali specialmente nell’impostazione del realismo che, superando i valori dell’accademia, tende a valorizzare l’espressività delle tensioni nei sentimenti e nei rapporti umani coinvolgendo l’osservatore.

Bruno Chiarini – 15 Maezo 2005


Le figure muliebri in Consiglio regionale
La lucentezza del bronzo caratterizza le 15 opere, personaggi che attingono alla quotidianità, tradendo imperfezioni lontane da un'ideale bellezza. Attraverso la scultura, Giannozzi esprime la necessità di instaurare un dialogo con lo spazio, spesso le sculture sono in pose inconsuete (l`improvviso inarcarsi su un fianco, il reclinare la testa) ma sempre dinamiche anche quando il corpo si erge, nel volume unico della veste lunga. Marcello Giannozzi è nato a Firenze, dove risiede e lavora. Negli ultimi anni ha partecipato a diverse manifestazioni ed ha allestito mostre personali. Nel suo percorso artistico ha tracciato un mondo intimo e lirico, con una scultura che trasmette un sereno amore per la vita e per il suo mistero. La figura femminile, prescelta a personificare situazioni e sentimenti, è protagonista assoluta della scultura di Marcello Giannozzi.(bb)


POESIA UNIVERSALE
Il battito del cuore nelle arcane figure di Marcello Giannozzi
L’uomo, prima di riconoscersi artista e di esprimersi cosciamente, agisce già in modo creativo; infatti plasma e dà forma a se stesso e al proprio mondo.

Nel bambino come nel primitivo l’esperimento figurativo che genera la forma è, nella sua totalità, un atto d’accrescimento dell’esistenza, d’interpretazione del mondo e dei propri bisogni psico-fisici ma non è legato a nessun’estetica.

Nelle sculture di Giannozzi la materia si cede di buon grado alle mani di un maestro che la fa rifiorire, ricca di levigate superfici e di strutture semplici dal vago sapore arcaico.

L’arte dello scultore fiorentino supera il contingente per acquisire e proiettarsi nell’atemporale misura dell’umano, laddove la materia, sembra svolgersi in volumi di compiuta essenzialità. Le sue opere sono pervase da grande forza e da tenero amore, eredi da un lato del sensualismo plastico di Rodin, dall’altro del concettualismo cerebrale e dall’audacia spirituale dello scultore russo-polacco Epstein. Le sue donne non si attraggono solo per il loro femminino, anzi, talvolta nelle sue opere ci affascina qualche particolare che non si omologa al resto dell’opera, che si distingue per una maggiore libertà  esecutiva. Da questa sorta di sostanza artistica, solo apparentemente contraddittoria, si sprigiona improvviso, con un’indicibile finezza di modellato, di senso di una poesia universale, eterno fascino di una beltà solo suggerita, in cui si avverte però, nelle espressioni, quasi sognanti delle figure, il presentimento di un’ombra, di fatale destino.

Sono creature nate da una fitta tela d’emozioni che spesso ricamano intorno alle immagini. Un’urgenza di una situazione psicologica, affollata, quasi costruita dai troppi impulsi, forse quegli stessi che presiedono il momento della creazione delle sculture di Giannozzi.

Figure sedute, abbracciate, donne riflessive o inquisitrici, dolci volumi privi di spigoli che ci appaiano come placati da un interiore e segreto raccoglimento. E c’è qualcosa di sottilmente arcano legato al raggiungimento di una forma trovata e pienamente in sintonia con l’intenzione artistica, ma anche interiore stato di grazia che può essere raggiunto solo, quando il silenzio filtra nelle stanza dell’anima, quelle piccole emozioni di cézanniana memoria, pur sempre essenziali, che definiscono un dialogo soggettivo con il reale.

L’arte di Giannozzi, priva di premeditata memoria, è un tentativo di rappresentare il corpo umano nei suoi contenuti e nelle sue tensioni spirituale. La povertà dei gesti non sta significando un irrigidimento inanimato: la figura di “Silvana” possiede l’armonia e l’eleganza di una pianta che si flette, senza spezzarsi, al vento.

All’analisi minuziosa spesso egli oppone una sorta di rasserenamento, ma Giannozzi non tranquillizza la superficie, bensì il battito del cuore delle sue figure, arrivando a esprimere l’anelata tensione centrale di personaggi che già vivono dentro la materia.

Il suo racconto consola e parla al sentimento perché non ha la parola fredda e inumana degli intellettuali ma vive in un’atmosfera d’autentica e amorosa compassione umana.

Maurizio Vanni